Chiarimenti sulla disciplina IVA dei buoni corrispettivo


4 MAR 2021 Fornite precisazioni in materia di IVA dei buoni corrispettivo (Agenzia delle Entrate – Risposta 03 marzo 2021, n. 147).

Per buono-corrispettivo si intende uno strumento che contiene l’obbligo di essere accettato come corrispettivo o parziale corrispettivo a fronte di una cessione di beni o di una prestazione di servizi e che indica, sullo strumento medesimo o nella relativa documentazione, i beni o i servizi da cedere o prestare o le identità dei potenziali cedenti o prestatori, ivi incluse le condizioni generali di utilizzo ad esso relative (art. 6-bis, DPR n. 633/1972).
Il buono corrispettivo si considera “monouso” “se al momento della sua emissione è nota la disciplina applicabile ai fini dell’imposta sul valore aggiunto alla cessione dei beni o alla prestazione dei servizi a cui il buono corrispettivo dà diritto (art. 6-ter, DPR n. 633/1972).
Nel caso di buono-corrispettivo monouso, al momento dell’emissione, devono essere noti “tutti gli elementi richiesti ai fini della documentazione dell’operazione (natura, qualità e quantità dei beni e dei servizi formanti oggetto dell’operazione)”.
Un buono si considera, invece, “multiuso” se al momento della sua emissione non è nota la disciplina applicabile ai fini dell’imposta sul valore aggiunto alla cessione dei beni o alla prestazione dei servizi a cui il buono corrispettivo dà diritto (art. 6-quater, DPR n. 633/1972).
Pertanto, dalla qualificazione del buono come multiuso discende che l’operazione diventa rilevante e la relativa imposta sul valore aggiunto esigibile, non quando la Carta Regalo viene emessa, bensì quando la stessa viene utilizzata dal possessore – presso i punti vendita indicati – per l’acquisto dei beni.


Chiarimenti dal Fisco sulle cessioni dei beni intracomunitarie


L’Agenzia delle Entrate, con la risposta 03 marzo 2021, n. 141 ha fornito chiarimenti sul “set documentale” provante dal 1° gennaio 2020 l’avvenuta effettuazione delle cessioni intracomunitarie.

Beni spediti o trasportati dal venditore o da un terzo per suo conto

In tal caso, il venditore, oltre a dichiarare che i beni sono stati spediti o trasportati da lui o da terzi per suo conto, dovrà produrre almeno due documenti, non contraddittori e provenienti da soggetti diversi tra loro e indipendenti sia dal venditore che dall’acquirente. Si tratta dei documenti relativi al trasporto o alla spedizione dei beni, ad esempio un documento o una lettera CMR riportante la firma del trasportatore, una polizza di carico, una fattura di trasporto aereo, oppure una fattura emessa dallo spedizioniere.


In alternativa, il venditore potrà presentare, oltre alla dichiarazione che i beni sono stati spediti o trasportati da lui o da terzi per proprio conto:


– una polizza assicurativa relativa alla spedizione o al trasporto dei beni o i documenti bancari attestanti il pagamento per la spedizione o il trasporto dei beni;


– documenti ufficiali rilasciati da una pubblica autorità, ad esempio da un notaio, che confermano l’arrivo dei beni nello Stato membro di destinazione;


– una ricevuta rilasciata da un depositario nello Stato membro di destinazione che confermi il deposito dei beni in tale Stato membro.

Beni trasportati dall’acquirente o da un terzo per suo conto

In tale fattispecie, in cui il trasporto venga effettuato dall’acquirente oppure da un terzo per suo conto, l’acquirente deve fornire al venditore, entro il decimo giorno del mese successivo alla cessione, una dichiarazione scritta che certifichi che i beni sono stati trasportati o spediti dall’acquirente o da un terzo per suo conto, e dalla quale dovranno risultare lo Stato membro di destinazione dei beni, la data del rilascio, il nome e l’indirizzo dell’acquirente, la quantità e la natura dei beni ceduti, la data e il luogo del loro arrivo, l’identificazione della persona che ha accettato i beni per conto dell’acquirente e, qualora si tratti di mezzi di trasporto, il numero di identificazione del mezzo. Oltre che di tale dichiarazione, l’acquirente dovrà essere in possesso di almeno due dei documenti relativi al trasporto delle merci (un documento o una lettera CMR riportante la firma, una polizza di carico, una fattura di trasporto aereo, oppure una fattura emessa dallo spedizioniere), rilasciati da due diverse parti indipendenti, l’una dall’altra, dal venditore e dall’acquirente oppure di:


– una polizza assicurativa relativa alla spedizione o al trasporto dei beni o i documenti bancari attestanti il pagamento per la spedizione o il trasporto dei beni;


– documenti ufficiali rilasciati da una pubblica autorità, ad esempio da un notaio, che confermano l’arrivo dei beni nello Stato membro di destinazione;


– una ricevuta rilasciata da un depositario nello Stato membro di destinazione che confermi il deposito dei beni in tale Stato membro.

È esclusa l’applicazione della presunzione che le merci siano state trasportate o spedite in altro Stato membro, qualora il trasporto o la spedizione siano stati effettuati dal cedente o dal cessionario con propri mezzi senza l’intervento di altri soggetti come, ad esempio, lo spedizioniere o il trasportatore.


Regime fiscale di prestazioni integrative da fondo previdenziale tedesco

L’Agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti riguardo al regime fiscale applicabile alle prestazioni integrative erogate in forma di rendita da un fondo previdenziale tedesco in favore di un soggetto residente in Italia, precisando che sono assoggettate a tassazione ordinaria come redditi assimilati al lavoro dipendente esclusivamente in Italia (Risposta 2 marzo 2021, n. 137).

Il caso esaminato dall’Agenzia delle Entrate riguarda il regime fiscale applicabile alle somme percepite da un istituto assicurativo tedesco, sotto forma di rendita periodica, a partire dal 1° novembre 2006, in corrispondenza della cessazione dell’attività lavorativa.
In particolare, il contribuente è stato fiscalmente residente in Germania fino al periodo di imposta 2018 e poi dal 2019 ha trasferito la residenza in Italia.
La rendita periodica è erogata dall’istituto di previdenza tedesco dal 1° novembre 2006, per effetto di versamenti volontari, eseguiti e rimasti a carico del proprio datore di lavoro, che hanno avuto inizio nel 1993 e sono terminati nel 2006, in corrispondenza con la cessazione della propria attività lavorativa.
In seguito al trasferimento della residenza fiscale in Italia l’istituto previdenziale non ha operato le ritenute fiscali, e pertanto si chiede il corretto trattamento fiscale delle somme percepite.


In base alle norme del TUIR le persone fisiche residenti sono tassate in Italia sia sui redditi prodotti nel territorio dello Stato sia su quelli di fonte estera, sulla base del principio della tassazione del reddito ovunque prodotto (worldwide principle o tassazione sul reddito mondiale), ferma restando, naturalmente, l’applicazione della Convenzione contro le doppie imposizioni eventualmente stipulata fra l’Italia e il Paese estero di produzione del reddito.
Nel caso oggetto di interpello, il datore di lavoro del contribuente, al fine di assicurare ai propri dipendenti una prestazione privata di previdenza professionale ha sottoscritto per accettazione un piano previdenziale predisposto da un istituto previdenziale privato, indicando i propri dipendenti come beneficiari delle prestazioni.
Nella fattispecie, il diritto alla rendita era condizionato, fra l’altro, al compimento del sessantesimo anno di età e al versamento di premi e/o contributi per almeno dieci anni. I premi/contributi sono stati versati dal datore di lavoro, in esecuzione del piano previdenziale, e sono rimasti a carico esclusivo di quest’ultimo che li ha portati in deduzione dal proprio reddito.
Relativamente alle modalità di investimento dei premi/contributi da parte dell’istituto di previdenza, dal piano generale di previdenza si rileva che l’investimento, se non assume la forma di un prestito alla medesima azienda datrice di lavoro, deve riguardare esclusivamente modalità garantite da un rendimento minimo.


Fino al 2018, la rendita erogata direttamente dall’istituto previdenziale è stata tassata in Germania, quale reddito da pensione, con applicazione delle ritenute fiscali previste dalla legislazione tributaria tedesca.
La natura di pensione privata integrativa della rendita porta a ritenere che la stessa sia riconducibile, secondo l’ordinamento tributario italiano, ai redditi di lavoro dipendente (art. 49 del TUIR) che comprendono anche “le pensioni di ogni genere e gli assegni ad esse equiparati”.
Per quanto riguarda le modalità di tassazione, tenuto conto che le somme sono percepite in forma di rendita periodica, trova applicazione il regime di tassazione ordinaria per scaglioni di reddito. Esse, pertanto, in mancanza di sostituto d’imposta, devono essere indicate, a cura del contribuente nella dichiarazione dei redditi, all’interno del quadro relativo ai redditi di lavoro dipendente.


Non sono applicabili le norme sulle prestazioni di previdenza complementare, le quali sono riservate, oltre che ai fondi pensione istituiti in Italia, anche ai fondi pensione istituiti negli Stati membri dell’Unione europea che rientrano nell’ambito di applicazione della direttiva (UE) 2016/2341 e che risultano autorizzati dall’Autorità competente dello Stato membro di origine allo svolgimento dell’attività transfrontaliera, ma in ogni caso solo per le adesioni effettuate nel territorio della Repubblica e per le risorse accumulate e gestite in relazione a tali adesioni.
La precisazione è rilevante al fine di escludere l’applicabilità del regime fiscale (transitorio) stabilito per le prestazioni previdenziali relative a montanti maturati anteriormente al 1° gennaio 2007.
Sotto il profilo della normativa italiana, l’Agenzia delle Entrate chiarisce che, occorre considerare le disposizioni internazionali contenute in accordi conclusi dall’Italia con gli Stati esteri. Nel caso in esame, assume rilievo la Convenzione tra Italia e Germania per evitare le doppie imposizioni, il cui articolo 18 prevede che le pensioni e le altre remunerazioni analoghe non a carattere pubblico, erogate in relazione ad un cessato impiego, devono essere assoggettate ad imposizione esclusiva nello Stato di residenza del contribuente. Pertanto, nel presupposto che il contribuente sia fiscalmente residente in Italia, dalla data del trasferimento le prestazioni integrative erogate in forma di rendita da un fondo previdenziale tedesco devono ritenersi soggette ad imposizione esclusiva in Italia.

Agevolazioni per i contribuenti che rientrano a seguito di distacco all’estero


Fornite precisazioni sulla disciplina del regime agevolativo previsto dall’articolo 16 del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 147, a favore dei lavoratori che trasferiscono la propria residenza fiscale in Italia (Agenzia delle Entrate – Risposta 02 marzo 2021 n. 136).

L’articolo 16 del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 147 ha introdotto il “regime speciale per lavoratori impatriati” al fine di incentivare il trasferimento di lavoratori in Italia ed è stato oggetto di recenti modifiche normative apportate dall’articolo 5 del decreto-legge 30 aprile 2019, n. 34, in vigore dal 1° maggio 2019 (Decreto Crescita), che hanno ridefinito i requisiti soggettivi ed oggettivi richiesti per i soggetti che trasferiscono la residenza fiscale in Italia a decorrere dal periodo di imposta 2020. Tra le novità più importanti, rientra l’incremento della percentuale di abbattimento dell’imponibile fiscale dei redditi agevolabili dal 50 al 70 per cento e l’estensione per un ulteriore quinquennio del periodo agevolabile in talune ipotesi espressamente previste dalla legge.
Inoltre, il legislatore, nell’intento di superare la disparità di trattamento tra i soggetti che avessero trasferito la residenza fiscale nel territorio dello Stato a decorrere dal 3 luglio 2019 (ovvero dal periodo di imposta 2020) e i soggetti rientrati a decorrere dal 30 aprile 2019, ha esteso anche nei confronti di questi ultimi le maggiori agevolazioni già disposte dal Decreto Crescita nei confronti dei lavoratori che avessero trasferito in Italia la residenza fiscale dal 2020.
Ne consegue che, in presenza dei requisiti e delle condizioni previste dalla normativa in commento, i contribuenti che hanno trasferito la residenza fiscale in Italia a partire dal 30 aprile 2019 possono beneficiare del regime agevolativo in questione, secondo le novellate disposizioni in vigore dal 1° maggio 2019:
– a partire dal periodo di imposta 2019, laddove abbiano trasferito la residenza fiscale in Italia a partire dal 30 aprile ed entro il 2 luglio 2019;
ovvero
– dal periodo di imposta 2020, laddove abbiano trasferito la residenza fiscale in Italia a decorrere dal 3 luglio 2019.
L’agevolazione in esame è fruibile dal contribuente per un quinquennio a decorrere dal periodo di imposta in cui il lavoratore trasferisce la residenza fiscale in Italia, ai sensi dell’articolo 2 del TUIR, e per i quattro periodi di imposta successivi (art. 16, co. 3, d.lgs. n. 147/2015).
Per accedere al regime speciale per i lavoratori impatriati, il citato articolo 16 presuppone che il soggetto non sia stato residente in Italia per un periodo minimo precedente il rientro, ovvero due periodi di imposta. Detti soggetti possono accedere all’agevolazione a condizione che trasferiscano la residenza in Italia, ai sensi dell’articolo 2, del TUIR, e si impegnino a permanervi per almeno due anni a pena di decadenza dall’agevolazione (art. 3, D.M. 26 maggio 2016, c.d. “decreto attuativo”). Ai sensi dell’articolo 2 del TUIR, sono residenti in Italia le persone fisiche che, per almeno 183 giorni (o 184 giorni in caso di anno bisestile), sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile. Le condizioni appena indicate sono fra loro alternative; pertanto, la sussistenza anche di una sola di esse è sufficiente a fare ritenere che un soggetto sia qualificato, ai fini fiscali, residente in Italia.
Il beneficio non compete ai soggetti che rientrano in Italia dopo essere stati in distacco all’estero ed avere acquisito la residenza estera per il periodo di permanenza richiesto dalla norma (Agenzia dell’Entrate – Circolare n. 17/E del 23 maggio 2017). Ciò in quanto il loro rientro, avvenendo in esecuzione delle clausole del preesistente contratto di lavoro, si pone in sostanziale continuità con la precedente posizione di lavoratori residenti in Italia, e, pertanto, non soddisfa la finalità attrattiva della norma. Tale posizione restrittiva, finalizzata ad evitare un uso strumentale dell’agevolazione in esame, non in linea con la vis attrattiva della norma, non preclude, tuttavia, la possibilità di valutare specifiche ipotesi in cui il rientro in Italia non sia conseguenza della naturale scadenza del distacco, ma sia determinato da altri elementi funzionali alla ratio della norma agevolativa (Agenzia delle Entrate – Risoluzione n. 76/E del 5 ottobre 2018). Ciò si può verificare, ad esempio, nelle ipotesi in cui:
– il distacco sia più volte prorogato e, la sua durata nel tempo, determini quindi un affievolimento dei legami con il territorio italiano e un effettivo radicamento del dipendente nel territorio estero;
– il rientro in Italia del dipendente non si ponga in continuità con la precedente posizione lavorativa in Italia; il dipendente, pertanto, al rientro assume un ruolo aziendale differente rispetto a quello originario in ragione delle maggiori competenze ed esperienze professionali maturate all’estero.
Nel caso di specie, l’Agenzia rileva che il contribuente:
– ha trasferito la residenza fiscale in Italia, ai sensi dell’articolo 2 del TUIR, a decorrere dall’anno di imposta 2020; la fattispecie è dunque regolata dal testo dell’articolo 16, del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 147, in vigore dal 01 maggio 2019 (così come modificato dall’articolo 5 del D.L. 30 aprile 2019, n. 34);
– non è stato residente in Italia per un periodo che va dal 27 aprile 2015 al 27 aprile 2020;dunque per più di due periodi d’imposta è stato iscritto all’AIRE;
– il suo distacco all’estero è stato prorogato per tre volte e ha comportato un trasferimento in Brasile per un periodo complessivo di cinque anni. La distanza del luogo, unita alla durata della permanenza, fanno ragionevolmente presumere il conseguente trasferimento in Brasile del centro di interessi personale, oltre che professionale, con conseguente affievolimento dei legami con il territorio italiano;
– il fatto che successivamente al 31 agosto 2019, data in cui cessava il suo distacco dalla società brasiliana, ha continuato, tuttavia, a prestare lavoro all’estero in Brasile sotto forma di trasferta per poi rientrare in Italia solo nel 2020, può essere valutato come una ulteriore circostanza comprovante il radicamento del dipendente nel territorio estero;
– il suo ruolo aziendale si è posto in sostanziale discontinuità tra l’attuale posizione lavorativa e quelle precedentemente ricoperte; ne è conferma il fatto che il suo contratto di lavoro è stato ceduto più volte, una prima volta in data 1 giugno 2019 ed una seconda in data 1 giugno 2020;
– a decorrere dal 1 giugno 2020, data di cessione del contratto, la Società ha inteso attribuirgli un ruolo di maggiore responsabilità;
– l’inquadramento professionale del dipendente è mutato, passando, rispetto al suo precedente status di lavoratore residente in Italia, da una qualifica di tecnico 6° livello (impiegato) ad una qualifica di Quadro;
– in considerazione, inoltre, del nuovo ruolo assunto, la Società Alfa afferma che il contribuente risiederà in Italia per almeno 2 anni e che l’attività lavorativa sarà prestata prevalentemente nel territorio italiano.
L’Agenzia dunque rileva, preliminarmente, il forte scostamento tra l’inizio del nuovo rapporto contrattuale in Italia e la prima scadenza naturale del distacco all’estero, infatti, è stato prorogato per ben tre volte, passando da una durata inizialmente pattuita di 24 mesi, ad una durata complessiva di più di 4 anni. Una durata così prolungata nel tempo del periodo di permanenza all’estero ha ragionevolmente comportato un effettivo radicamento del dipendente in Brasile, con conseguente spostamento del proprio centro di interessi, personali e professionali.
Inoltre il rientro del dipendente in Italia con la qualifica di Quadro non si pone in continuità con la precedente posizione lavorativa di Impiegato avendo comportato per il lavoratore un ruolo aziendale differente rispetto a quello originario, in ragione delle maggiori competenze ed esperienze professionali maturate all’estero.
Il fatto che il contribuente abbia continuato a prestare lavoro all’estero in Brasile sotto forma di trasferta, al termine dell’ultimo periodo di distacco scaduto ad agosto 2019, non può considerarsi preclusivo della possibilità di beneficiare del regime agevolativo a decorrere dal 2020 (anno di effettivo trasferimento in Italia e di cancellazione dall’AIRE), in quanto il comma 1 dell’articolo 16 del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 147, individua, quale presupposto per godere del regime agevolativo il solo trasferimento della residenza, oltre all’impegno di risiedere in Italia per almeno due anni. Sotto tale profilo si evidenzia, peraltro, che, già nell’agosto del 2019 (data di scadenza naturale del periodo di distacco) il dipendente aveva maturato i requisiti per essere ammesso al regime di vantaggio. Infatti, per effetto di quanto disposto dall’articolo 13-ter del decreto legge n. 124 del 2019, in presenza dei requisiti e delle condizioni previste dalla normativa in commento, i contribuenti che hanno trasferito la residenza fiscale in Italia a partire dal 30 aprile 2019 possono beneficiare del regime agevolativo in questione, secondo le novellate disposizioni in vigore dal 1° maggio 2019.
Il contribuente è stato residente all’estero perché iscritto all’AIRE con decorrenza 27 aprile 2015 ed effettivamente stabilito in Brasile per più di 183 giorni dello stesso anno; tale condizione, inoltre, risulta replicata anche per i quattro periodi d’imposta successivi.
Ciò posto, ferma restando la presenza di tutti i restanti presupposti richiesti per accedere al suddetto regime di vantaggio, l’Agenzia ritiene che il contribuente possa essere ammesso a beneficiare dell’agevolazione prevista dall’articolo 16 del d.lgs. n. 147 del 2015, a partire dal periodo d’imposta 2020 e per i successivi quattro periodi d’imposta, a condizione che non ricorrano gli indici preclusivi di detta possibilità (Agenzia delle Entrate – Circolare n. 33/E del 28 dicembre 2020).
L’Agenzia rammenta, infine, che viene altresì acriticamente assunta la condizione della effettiva residenza fiscale del soggetto in quanto il tema riguarda elementi di fatto che, come precisato con circolare n. 9/E del 1° aprile 2016, non possono essere oggetto di istanza di interpello ai sensi dell’articolo 11 della legge 27 luglio 2000, n. 212.


Tax credit imbarcazioni: le condizioni di accesso


Possono fruire dell’agevolazione di cui all’art. 4, co. 1, D.L. n. 457/1997 i residenti e i non residenti con stabile organizzazione che esercitano in Italia un’attività produttiva che concorra a formare il reddito imponibile Irpef o Ires (Agenzia Entrate – risoluzione 02 marzo 2021, n. 15).

Ai soggetti che esercitano l’attività produttiva di reddito è attribuito un credito d’imposta in misura corrispondente all’imposta sul reddito delle persone fisiche dovuta sulle retribuzioni corrisposte al personale di bordo imbarcato sulle navi iscritte nel Registro internazionale, da valere ai fini del versamento delle ritenute alla fonte relative a tali redditi. Detto credito non concorre alla formazione del reddito imponibile”.
Il reddito derivante dall’utilizzazione di navi iscritte nel Registro internazionale concorre in misura pari al 20% a formare il reddito complessivo assoggettabile all’imposta sul reddito delle persone fisiche e all’imposta sul reddito delle persone giuridiche, disciplinate dal TUIR.
Ai fini del riconoscimento dell’agevolazione è richiesto, quindi, che i soggetti esercitino un’attività produttiva di reddito derivante dall’utilizzazione di navi iscritte nel Registro internazionale, che concorra a formare il reddito complessivo assoggettabile all’imposta sul reddito delle persone fisiche e all’imposta sul reddito delle persone giuridiche.
I soggetti destinatari dell’agevolazione in esame sono esclusivamente coloro che producono reddito soggetto a imposizione in Italia. La norma, infatti, nell’individuare i soggetti cui spetta l’agevolazione, non distingue tra quelli residenti o non residenti, bensì li individua nei soggetti che producono reddito d’impresa nel territorio dello Stato (ed ivi assoggettato ad imposizione), derivante dall’utilizzazione di navi iscritte nel Registro internazionale.
I soggetti non residenti privi di stabile organizzazione in Italia sono, dunque, ex se esclusi dall’ambito soggettivo di applicazione della norma, in quanto per essi non trova applicazione la previsione recata dall’articolo 23 del TUIR, il quale, al primo comma, lett. e), dispone che si considerano prodotti nel territorio dello Stato i “redditi d’impresa derivanti da attività esercitate nel territorio dello Stato mediante stabili organizzazioni”.
Con l’art. 10, co. 1, della Legge europea 2017, il legislatore ha successivamente stabilito che l’agevolazione in commento trova applicazione anche ai soggetti residenti e ai soggetti non residenti aventi stabile organizzazione nel territorio dello Stato che utilizzano navi adibite esclusivamente a traffici commerciali internazionali iscritte nei registri degli Stati dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo.
Tale disposizione è stata introdotta al fine di superare le criticità riguardanti il riconoscimento del credito di imposta esclusivamente a favore delle navi iscritte nel Registro internazionale e chiudere, in tal modo, la procedura EU Pilot 7060/14/TAXU.
Pertanto, il credito d’imposta per il personale imbarcato non può essere riconosciuto, anche per i periodi d’imposta antecedenti all’entrata in vigore della Legge europea 2017, in favore dei soggetti non residenti e privi di stabile organizzazione in Italia che, in quanto tali, non hanno esercitato in Italia un’attività produttiva che concorra a formare il reddito complessivo assoggettabile all’IRPEF o all’IRES.


Applicazione ritenuta su dividendi corrisposti alla controllante Svizzera


L’Agenzia delle Entrate, con la risposta 02 marzo 2021, n. 135, ha fornito chiarimenti sull’applicabilità o meno della ritenuta sulla distribuzione di dividendi corrisposti alla controllante Svizzera.

Il quesito sottoposto all’Agenzia delle Entrate attiene all’applicabilità dell’esenzione della ritenuta sui dividendi che la società intende corrispondere al socio unico svizzero, come previsto dall’art. 9 dell’Accordo tra la Comunità Europea e la Confederazione svizzera.


Il dubbio interpretativo sollevato è riferito ad una delle condizioni individuate al paragrafo 1 dell’art. 9 del suddetto Accordo al fine di esentare da ritenuta i dividendi corrisposti dalle società figlie alle società madri nello Stato d’origine e, segnatamente, alla condizione secondo cui “entrambe le società sono assoggettate all’imposta diretta sugli utili delle società senza beneficiare di esenzioni.


Sul punto, l’Amministrazione Finanziaria, con un precedente documento di prassi ha fornito chiarimenti interpretativi in ordine al requisito di assoggettamento all’imposta diretta sugli utili che le società svizzere, fra l’altro, devono integrare al fine di beneficiare dell’agevolazione.


Con il citato documento di prassi è stato chiarito, infatti, che il requisito in parola non può ritenersi integrato nell’ipotesi di società elvetiche che anche se non totalmente esenti da imposizione, siano beneficiarie di esenzioni ad almeno uno dei tre livelli (municipale, cantonale e federale) di tassazione del reddito per effetto di specifiche disposizioni di legge o anche per effetto di provvedimenti amministrativi.


Tale conclusione interpretativa si basa sull’analisi condotta dalla Commissione europea su alcuni regimi agevolati di tassazione diretta sul reddito delle società riconosciuti dal sistema fiscale elvetico.


In proposito, la Commissione europea, nella Decisione del 13 febbraio 2007, ha ritenuto che alcuni regimi di tassazione delle società elvetiche costituiscono aiuti di stato, in contrasto con il buon funzionamento dell’Accordo tra la Comunità economica europea e la Confederazione svizzera del 22 luglio 1972.


Infatti, tali agevolazioni non rappresentano un incentivo legittimo di sviluppo economico e commerciale per determinati settori economici, bensì, incidendo direttamente sui prezzi nei rapporti commerciali con l’Unione europea, indirizzano le imprese ad insediarsi nel territorio svizzero.


In conclusione, la Commissione ha affermato che i regimi di tassazione, che concedono alle imprese particolari vantaggi fiscali per i redditi prodotti fuori dal territorio elvetico, devono considerarsi aiuti di stato e pertanto incompatibili col citato Accordo del 1972.


Pertanto, come precisato in precedenza dall’Amministrazione finanziaria, le società elvetiche che vogliono beneficiare del particolare regime madre-figlia, secondo quanto stabilito dall’articolo 9 dell’Accordo, non devono godere di particolari regimi agevolativi consistenti nell’esenzione dei redditi da uno dei tre livelli di tassazione diretta (federale, cantonale e municipale).


Accertamento società a ristretta base sociale: attribuzione utili extracontabili ai soci

La Corte di Cassazione ha affermato che in caso di accertamento nei confronti di società di capitali a ristretta base sociale è ammessa la presunzione di attribuzione ai soci degli utili extracontabili. Per escludere l’operatività della presunzione non è sufficiente che il socio si limiti ad allegare genericamente la mancanza di prova di un valido e definitivo accertamento nei confronti della società, ma deve contestare lo stesso effettivo conseguimento, da parte della società, degli utili, ove non sia in grado di dimostrare la mancata distribuzione degli stessi. (Ordinanza 26 febbraio 2021, n. 5462).

La controversia riguarda l’avviso di accertamento ai fini IRPEF con il quale l’Agenzia delle Entrate ha contestato al contribuente, socio di società di capitali a ristretta base sociale, il maggior reddito derivante dalla presunta distribuzione di utili extracontabili accertati in capo alla società.
I giudici tributari hanno accolto il ricorso del contribuente ritenendo che l’onere di dimostrare la legittimità della pretesa ricadesse in capo all’amministrazione finanziaria. Secondo i giudici la presunzione semplice su cui l’Ufficio si fonda non consente di ravvisare elementi presuntivi rilevanti in quanto l’avviso a carico del socio, ancorché nasca dalla medesima azione accertatrice, deve contenere una motivazione autonoma e completa. In altri termini il socio deve ricevere dall’Ufficio notizia diretta e formale delle ragioni poste a base dell’accertamento, senza che assuma rilievo il fatto che il socio di una s.r.l., i cui poteri di controllo sono peraltro limitati, possa avere ricevuto, in concreto, una conoscenza di fatto delle indagini fiscali compiute a carico della società partecipata.

La Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari, richiamando la legittima applicazione della presunzione di distribuzione degli utili extracontabili, a fronte della quale opera un onere di prova contraria a carico del socio.
La Corte Suprema ha affermato che in materia di imposte sui redditi, nell’ipotesi di società di capitali a ristretta base sociale, è ammessa la presunzione di attribuzione ai soci degli utili extracontabili, che non si pone in contrasto con il divieto di presunzione di secondo grado, in quanto il fatto noto non è dato dalla sussistenza di maggiori redditi accertati induttivamente nei confronti della società, bensì dalla ristrettezza dell’assetto societario, che implica un vincolo di solidarietà e di reciproco controllo dei soci nella gestione sociale, con la conseguenza che, una volta ritenuta operante detta presunzione, spetta poi al contribuente fornire la prova contraria.
Al fine di escludere l’operatività della presunzione di distribuzione degli utili extracontabili, conseguiti e non dichiarati da una società a ristretta base partecipativa, non è sufficiente che il socio si limiti ad allegare genericamente la mancanza di prova di un valido e definitivo accertamento nei confronti della società, ma deve contestare lo stesso effettivo conseguimento, da parte della società, di tali utili, ove non sia in grado di dimostrare la mancata distribuzione degli stessi, stante l’autonomia dei giudizi nei confronti della società e del socio e il rapporto di pregiudizialità dell’accertamento nei confronti del primo rispetto a quello verso il secondo.

Milleproroghe: proroga termini di cartelle e accertamenti tributari

Il testo definitivo del Decreto Milleproroghe (convetito in Legge) conferma la proroga dei termini in materia di accertamento, riscossione, adempimenti e versamenti tributari in conseguenza dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, disposta con urgenza dal D.L. n. 7/2021.

Il Decreto Milleproroghe, nel testo definitivo di cui al Decreto Legge n. 183 del 2020 conv. con modif. in Legge n. 21 del 2021, riprende le disposizioni contenute nell’articolo 1 del Decreto Legge n. 7/2021, confermando il differimento dei termini in materia di notifiche di atti di contestazione, irrogazione di sanzioni tributarie, e di adempimenti e versamenti a carico di contribuenti (art. 22-bis). In particolare, viene stabilito che:


– gli atti di accertamento, di contestazione, di irrogazione delle sanzioni, di recupero dei crediti di imposta, di liquidazione e di rettifica e liquidazione, per i quali i termini di decadenza, calcolati senza tener conto del periodo di sospensione causa Covid-19 (8 marzo 2020 – 31 maggio 2020), scadono tra l’8 marzo 2020 ed il 31 dicembre 2020, sono emessi entro il 31 dicembre 2020 e sono notificati nel periodo compreso tra il 1° marzo 2021 e il 28 febbraio 2022, salvo casi di indifferibilità e urgenza, o al fine del perfezionamento degli adempimenti fiscali che richiedono il contestuale versamento di tributi;


– gli atti, le comunicazioni e gli inviti relativi alle imposte liquidate a seguito di controllo delle dichiarazioni dei redditi, Irap e IVA e delle liquidazioni periodiche Iva, nonché quelli relativi alle tasse automobilistiche e alle tasse di concessione governative per l’utilizzo di telefoni cellulari, elaborati o emessi, anche se non sottoscritti, entro il 31 dicembre 2020, sono notificati, inviati o messi a disposizione nel periodo compreso tra il 1° marzo 2021 e il 28 febbraio 2022, salvo casi di indifferibilità e urgenza, o al fine del perfezionamento degli adempimenti fiscali che richiedono il contestuale versamento di tributi;


– i termini di decadenza per la notificazione delle cartelle di pagamento, sono prorogati di 14 mesi relativamente: a) alle dichiarazioni presentate nell’anno 2018, per le somme che risultano dovute a seguito dell’attività di liquidazione in esito al controllo automatizzato ai fini delle imposte dirette ed Iva; b) alle dichiarazioni dei sostituti d’imposta presentate nell’anno 2017, per le somme che risultano dovute dalla tassazione di indennità di fine rapporto, e di prestazioni di previdenza complementare connesse alla cessazione del rapporto di lavoro; c) alle dichiarazioni presentate negli anni 2017 e 2018, per le somme che risultano dovute a seguito dell’attività di controllo formale;


– con riferimento agli atti di accertamento, di contestazione, di irrogazione delle sanzioni, di recupero dei crediti di imposta, di liquidazione e di rettifica e liquidazione su indicati, notificati entro il 28 febbraio 2022 non sono dovuti, se previsti, gli interessi per ritardato pagamento, e gli interessi per ritardata iscrizione a ruolo, per il periodo compreso tra il 1° gennaio 2021 e la data di notifica dell’atto stesso. Analogamente, con riferimento alle comunicazioni, non sono dovuti gli interessi per ritardato pagamento dal mese di elaborazione, e gli interessi per ritardata iscrizione a ruolo di cui per il periodo compreso tra il 1° gennaio 2021 e la data di consegna della comunicazione.

Per quanto riguarda i termini di versamento dei carichi affidati all’agente della riscossione viene stabilito che, con riferimento alle entrate tributarie e non tributarie, sono sospesi i termini dei versamenti, scadenti nel periodo dall’8 marzo 2020 al 28 febbraio 2021, derivanti da cartelle di pagamento emesse dagli agenti della riscossione, nonché dagli avvisi di accertamento esecutivi emessi dall’Agenzia delle Entrate e dagli avvisi di addebito emessi dall’Inps.
I versamenti oggetto di sospensione devono essere effettuati in unica soluzione entro il mese successivo al termine del periodo di sospensione. Non si procede al rimborso di quanto già versato.

Inoltre, riguardo ai pignoramenti dell’Agente della riscossione, viene stabilito che nel periodo intercorrente tra il 19 maggio 2020 e il 28 febbraio 2021 sono sospesi gli obblighi di accantonamento derivanti dai pignoramenti presso terzi effettuati prima di tale ultima data dall’agente della riscossione e dai soggetti affidatari delle attività di riscossione per conto degli Enti locali, aventi ad oggetto le somme dovute a titolo di stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, nonché a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione, o di assegni di quiescenza.
Le somme che avrebbero dovuto essere accantonate nel medesimo periodo non sono sottoposte a vincolo di indisponibilità e il terzo pignorato le rende fruibili al debitore esecutato, anche se anteriormente al 19 maggio 2020 sia intervenuta ordinanza di assegnazione del giudice dell’esecuzione.
Restano fermi gli accantonamenti effettuati prima del 19 maggio 2020 e restano definitivamente acquisite e non sono rimborsate le somme accreditate, anteriormente alla stessa data, all’agente della riscossione e ai soggetti affidatari degli enti locali.


 


Una disposizione di salvaguardia stabilisce, comunque, che restano validi gli atti e i provvedimenti adottati e gli adempimenti svolti dall’agente della riscossione nel periodo dal 1° gennaio 2021 al 15 gennaio 2021 e sono fatti salvi gli effetti prodottisi e i rapporti giuridici sorti sulla base dei medesimi.
Restano altresì acquisiti, relativamente ai versamenti eventualmente eseguiti nello stesso periodo, gli interessi di mora, le sanzioni e le somme aggiuntive.

Contestualmente viene disposta l’abrogazione del D.L. n. 3/2021 e del D.L. n. 7/2021, fatti salvi gli effetti prodottisi e i rapporti giuridici sorti sulla base degli stessi.

Covid-19: firmato il nuovo dpcm


Firmato il nuovo dpcm che detta le misure di contrasto alla pandemia e di prevenzione del contagio da COVID-19 e che sarà in vigore dal 6 marzo al 6 aprile 2021. Il provvedimento è stato pubblicato nel s.o. n. 17 della G.U. n. 52/2021 (Presidenza del Consiglio dei Ministri – comunicato 2 marzo 2021)

Il nuovo dpcm conferma, fino al 27 marzo, il divieto già in vigore di spostarsi tra regioni o province autonome diverse, con l’eccezione degli spostamenti dovuti a motivi di lavoro, salute o necessità.


Zona bianca


Nelle zone bianche, si prevede la cessazione delle misure restrittive previste per la zona gialla, pur continuando ad applicarsi le misure anti-contagio generali (come, per esempio, l’obbligo di indossare la mascherina e quello di mantenere le distanze interpersonali) e i protocolli di settore.
Restano sospesi gli eventi che comportano assembramenti (fiere, congressi, discoteche e pubblico negli stadi).
Il coprifuoco dalle 22 alle 5 può essere rivisto nelle zone bianche.


Musei teatri, cinema e impianti sportivi


Nelle zone gialle si conferma la possibilità per i musei di aprire nei giorni infrasettimanali, garantendo un afflusso controllato. Dal 27 marzo, sempre nelle zone gialle, è prevista l’apertura anche il sabato e nei giorni festivi.
Dal 27 marzo, nelle zone gialle si prevede la possibilità di riaprire teatri e cinema, con posti a sedere preassegnati, nel rispetto delle norme di distanziamento. La capienza non potrà superare il 25% di quella massima, fino a 400 spettatori all’aperto e 200 al chiuso per ogni sala.
Restano chiusi palestre, piscine e impianti sciistici.


Attività commerciali


In tutte le zone è stato eliminato il divieto di asporto dopo le ore 18 per gli esercizi di commercio al dettaglio di bevande da non consumarsi sul posto.


A cena chiusi bar e ristoranti


In zona gialla locali aperti fino alle 18 e asporto consentito fino alle 22
In zona arancione o rossa sì solo ad asporto e domicilio
Via libera allo shopping nelle zone gialle e arancioni
In zona rossa aperti solo negozi essenziali.


Nel weekend stop ai centri commerciali.


Servizi alla persona


Nelle zone rosse, saranno chiusi i servizi alla persona come parrucchieri, barbieri e centri estetici.


Spostamenti da e per l’estero


Si amplia il novero dei Paesi interessati della sperimentazione dei voli cosiddetti “COVID tested”.
A chi è stato in Brasile nei 14 giorni precedenti è consentito l’ingresso in Italia anche per raggiungere domicilio, abitazione o residenza dei figli minori.


Seconde case


Nelle seconde case ci può andare solo il nucleo familiare e se la casa non è abitata da altri.
Bisogna dimostrare di essere proprietari o affittuari da prima del 14 gennaio 2021.
Se la casa è in zona arancione scuro o rossa non ci si può andare.


Scuola


Zone rosse – Dal 6 marzo, si prevede nelle zone rosse la sospensione dell’attività in presenza delle scuole di ogni ordine e grado, comprese le scuole dell’infanzia ed elementari. Resta garantita la possibilità di svolgere attività in presenza per gli alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali.
Zone arancioni e gialle – I Presidenti delle regioni potranno disporre la sospensione dell’attività scolastica:
– nelle aree in cui abbiano adottato misure più stringenti per via della gravità delle varianti;
– nelle zone in cui vi siano più di 250 contagi ogni 100mila abitanti nell’arco di 7 giorni;
– nel caso di una eccezionale situazione di peggioramento del quadro epidemiologico.

Imposta sui servizi digitali: istituito il codice tributo


Istituito il codice tributo per il versamento, tramite modello F24, dell’imposta sui servizi digitali (Agenzia delle Entrate – Risoluzione 01 marzo 2021, n. 14/E).

L’imposta sui servizi digitali (c.d. DST – Digital Services Tax) è stata istituita e disciplinata dalla Legge di bilancio 2019 (art.1, commi 35-50, L. n. 145/2018).
I soggetti passivi sono tenuti al versamento dell’imposta entro il 16 febbraio dell’anno solare successivo a quello in cui sono stati realizzati i ricavi imponibili; per il primo anno di applicazione dell’imposta, il suddetto termine è prorogato al 16 marzo 2021.
Per consentire il versamento, tramite modello F24, dell’imposta in oggetto e degli eventuali interessi e sanzioni dovuti in caso di ravvedimento, di cui all’articolo 13 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472, sono stati istituiti i seguenti codici tributo:
– “2700” denominato “IMPOSTA SUI SERVIZI DIGITALI – articolo 1, commi da 35 a 50, della legge 30 dicembre 2018, n. 145, e s.m.”;
– “2701” denominato “IMPOSTA SUI SERVIZI DIGITALI – articolo 1, commi da 35 a 50, della legge 30 dicembre 2018, n. 145, e s.m. – INTERESSI”;
– “2702” denominato “IMPOSTA SUI SERVIZI DIGITALI – articolo 1, commi da 35 a 50, della legge 30 dicembre 2018, n. 145, e s.m. – SANZIONE”.
In sede di compilazione del modello di pagamento F24 i suddetti codici tributo sono esposti nella sezione “Erario”, in corrispondenza esclusivamente delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati”, specificando nel campo “anno di riferimento” l’anno d’imposta cui si riferisce il versamento, nel formato “AAAA”.
Nel caso in cui il pagamento dell’imposta sia effettuato dal rappresentante fiscale del soggetto passivo stabilito in uno Stato non collaborativo e privi di una stabile organizzazione in Italia, ovvero dalla società designata dal soggetto passivo appartenente a un gruppo, nella sezione “CONTRIBUENTE” del modello F24 dovranno essere indicati:
– nel campo “CODICE FISCALE”, il codice fiscale del soggetto passivo;
– nel campo “CODICE FISCALE del coobbligato, erede, genitore, tutore o curatore fallimentare”, il codice fiscale del rappresentante fiscale o della società designata che effettua il pagamento, titolare del conto di addebito;
– nel campo “codice identificativo”, il codice “72”.